Commenti da uno zoologo al testo de R. Obligado

 

— Ludovico Galleni

 

 

Abstract: in front of the present ecological crisis, many authors refer to the responsibility of the Book of Genesis. An interpretation suggests that the naming of the species made by Adam was the symbolic key for the dominion and possession: humankind  gives them a name and so they are his/her possession. On the contrary the operation of giving a name is the first biological scientific conclusion when humankind confronted with the biological problem of species. Animals are grouped in different entity, well characterized by a morphological point of view and for this reason, it is possible to give a name to these entities. It is the first concept of species developed when the first humans observed carefully the livings. In this case the book of Genesis doesn’t give us a normative perspective but only reports the first encounter of science with the concept of species.

Keywords, Genesis, concept of species, Mayr,

 

 

Introduzione

 

Uno dei punti del testo del libro della Genesi, che fanno pensare ad un dominio dell’uomo sulla natura e in particolare sugli altri esseri viventi, è quello in cui Dio, dopo avere plasmato i viventi, li porta di fronte ad Adamo perché egli dia loro un nome. E imporre un nome viene considerata una forma di possesso1.

 

 

Il testo più antico

 

Dalla versione più antica del racconto della Creazione riportato nel libro della Genesi leggiamo infatti2:

 

“19 - Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’Uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20 - Così l’Uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma non trovò un aiuto che gli fosse simile. “

 

E’ questa la versione di Genesi 2, 19- 20 che nel testo latino recita3:

 

“19 Formatis igitur Dominus Deus de humo cunctis animantibus agri et universis volatilibus caeli, adduxit ea ad Adam, ut videret quid vocaret ea ; omne enim, quod vocavit Adam animae viventis, ipsus est nomen eius. 20 Appellavitque Adam nominibus suis cuncta pecora et universa volatilia caeli et omnes bestias agri ;

 

Questo episodio è importante perché ci permette una considerazione: poter dare un nome non è tanto un segno di possesso, quanto il fatto che la scienza del tempo aveva compreso che i viventi erano raggruppabili in entità morfologiche ben distinguibili: le specie, con caratteristiche morfologiche proprie che permettevano dunque di dare loro un nome. Inoltre, e questo ci permette di sottolineare l’antichità del testo, Adamo nomina gli animali tipici di una cultura agropastorale (cuncta pecora et omnes bestias agri ) e della caccia (universa volatilia caeli)

 

Questa frase del testo del libro della Genesi non ha dunque nessun valore normativo, ma è importante dal punto di vista della storia della scienza perché dimostra come lo scrittore biblico riporti le nozioni della scienza del suo tempo4.

 

 

Dare un nome vuol dire conoscere e non possedere

 

Ci è di aiuto a questo punto la testimonianza di Ernst Mayr, uno dei maggiori zoologi del ventesimo secolo e con T. Dobzhanskij, colui che ha inserito il concetto di specie e di speciazione all’interno di quella grande revisione delle teorie evolutive che va sotto il nome di sintesi moderna5. Prima della seconda guerra mondiale Mayr passò alcuni mesi in Nuova Guinea per studiare la fauna ornitologica e con sua iniziale sorpresa si rese conto che gli indigeni che abitavano le pendici del monte Arfak, con una cultura ancora dell’età della pietra, riconoscevano e davano un nome a centotrentasette diverse specie di uccelli, confondendone due sole rispetto a quelle catalogate da Mayr al termine delle sue ricerche. Praticamente la cultura dello zoologo del ventesimo secolo docente della prestigiosa università di Harvard e quella dei cacciatori e raccoglitori ancora culturalmente all’età della pietra corrispondevano. Tutte e due le culture avevano compreso che i viventi sono raggruppabili in identità morfologiche distinguibili e alle quali si può dare un nome. E dare un nome ovviamente non vuol dire possedere ma conoscere. E’ poi la conoscenza che può essere usata bene o male, come possesso o come uso sostenibile!

 

D’altra parte la grande qualità dello studio naturalistico del cosiddetto uomo primitivo ci viene anche dalla accuratezza delle pitture parietali. Gli animali raffigurati sulle pareti delle grotte, quali ad esempio quelle di Altamira sono rappresentati in maniera tale che possiamo ancora oggi classificarli secondo le nostre tecniche di sistematica biologica, il che vuol dire che il naturalista del tempo aveva già riconosciuto i caratteri distintivi di ogni specie e li suggeriva all’artista perché li rappresentasse.

 

Quindi dare un nome non indica un possesso di proprietà, ma il possesso di una tecnica scientifica per individuare le specie. E’ chiaro che poi chi ha l’intelligenza per fare questa operazione ha anche capacità operative tali da ottenere potere sull’oggetto conosciuto, ad esempio migliorare le condizioni di caccia e raccolta. Ma questa è una conseguenza della presenza del pensiero riflesso, per usare il termine teilhardiano e non automaticamente il diritto al possesso. Si può usare della natura ma nel rispetto dei suoi equilibri e delle sue leggi6.

 

Il fatto che poi la conoscenza possa portare anche al possesso è una conseguenza secondaria, perché può portare anche ad un uso onesto e sostenibile e ad una difesa della natura e non ad una sua distruzione. In fondo il buon predatore è quello che si preoccupa di istaurare un equilibrio con la preda e non di distruggerla e così il buon gestore cosciente della natura proprio perché unico tra gli esseri ad avere la capacità della conoscenza, deve diventare custode e non dominatore, proprio perché il dominio sulla natura porta alla catastrofe. E’ a questo buon custode che il Creatore affida la creazione.

 

Per concludere però vi è un altro punto da sottolineare. Nel brano della Genesi che abbiamo ricordato, il concetto teologico della creazione si organizza attorno al dato scientifico della fissità della specie, intesa però come discontinuità tra viventi. E’ chiaro cioè che lo scrittore biblico usa la scienza del tempo che era chiaramente fissista perché la stabilità della specie era un dato osservato e che si tramandava nella memoria storica del villaggio. Da sempre i caratteri distintivi dell’aquila erano rimasti gli stessi ed erano chiaramente e stabilmente distinti e distinguibili da quelli del merlo.

 

 

Il testo più recente

 

Il fatto che lo scrittore biblico si appoggi alla scienza del tempo è confermato anche dal fatto che nell’altra redazione del testo del Genesi, quella sacerdotale, più recente di almeno tre secoli e che supera la scienza di una cultura agropastorale per confrontarsi con la scienza più avanzata dei babilonesi, ecco che a fianco del concetto di specie viene considerato anche quello di riproduzione. E’ il seme e quindi la riproduzione che permette il mantenimento delle qualità della specie nel tempo. E dal momento che i tempi sono brevi e non vi è traccia di trasformazione osservabile dal punto di vista scientifico, ecco che la stabilità viene recuperata anche nella bibbia assieme alla parola specie e al concetto di seme.

 

Infatti in Genesi 1, 11-25 ecco un nuovo racconto della creazione dei viventi7:

 

11 E Dio disse : “ la terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuna secondo la sua specie” E così avvenne:

 

12 La terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona

 

20 -Dio disse: “ le acque brulichino di esseri viventi e gli uccelli volino sopra la terra davanti al firmamento del cielo “ 21 - Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

 

22 Dio li benedisse “siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari , gli uccelli si moltiplichino sulla terra”

 

23 – E fu sera e fu mattina: quinto giorno –

 

24 Dio disse: “ La terra produca esseri viventi secondo la loro specie:  bestiame rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie” e così avvenne.

 

25 Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili secondo la loro specie. E Dio vide  che era cosa buona”.

 

Qui come si vede il racconto è più ampio e anche preciso scientificamente: ormai è chiaro che ciò che conta per mantenere le qualità morfologiche che permettono di individuare la specie sono gli elementi riproduttivi e quindi in particolare il seme e il frutto. Elementi riproduttivi che non valgono solo per i viventi che cadevano nel campo d’azione di una cultura agropastorale, ma più in generale per tutti i viventi: anche le bestie selvatiche e i grandi mostri marini vengono creati secondo la loro specie.

 

E’ un testo dunque più recente ma anche più significativo dal punto di vista scientifico e compare il termine specie. Nel testo latino ad esempio al versetto 1.21 ecco che si scrive8:

 

Creavitque Deus cete grandia et omnem animam viventem atque motabilem, quam pullulant aqua secundum species suas et omne volatile secundum genus suum.

 

E’ interessante notare come vengono usate sia il termine species che il termine genus, che oggi hanno significati diversi ma che qui hanno il significato di entità morfologicamente distinguibili. La versione greca usa il termine genos, tradotto solitamente come specie, rispetto al più impegnativo eidos che sarà poi alla base del concetto platonico di specie.

 

Comunque sia, si tratta di viventi che vengono creati in gruppi separati e ben definibili e mantenuti stabili dalla riproduzione. Dare loro il nome è dunque segno di conoscenza e riconoscimento e non di possesso.

 

 

Conclusione

 

Dare un nome alle discontinuità dei viventi non è segno di possesso ma è il segno dell’uso da parte dello scrittore biblico della scienza del suo tempo.

 

E così si chiarisce una altra delle presunte ambiguità del testo della Genesi; dare nome non è segno di possesso ma di conoscenza, una conoscenza che poi potrà essere usata nel bene o nel male: per conservare o per distruggere.

 

Dio affida la creazione, nel riposo del settimo giorno, all’essere pensante perché la protegga e la curi e ne usi con criterio e raziocinio. Ma ahimè l’essere pensante usa della sua libertà in maniera perversa, con lo sfruttamento, il dominio e l’ esaurimento delle risorse.

 

E’ forse questo il segno di quell’allontanamento dal piano di Dio che va sotto il nome di peccato originale?

 

 

Testi di riferimento

 

Galleni, Ludovico, Da Darwin a Teilhard de Chardin, interventi sull’evoluzione, (1983-1995), SEU, Pisa, 1996.

 

Mayr, Ernst, L’Evoluzione delle specie animali, trad. it. Einaudi, Torino, 1970.

 

Reggi, Roberto, (a cura di ) La Bibbia quadriforme: Genesi, , Edizioni Dehoniane, Bologna, 2015.

 

Westermann, Claus. Genesi, trad. it. PIEMME, Casale Monferrato, 1989.

 

Teilhard de Chardin, Pierre, Le singolarità della specie umana,trad. it. a cura di L. Galleni, Jaca Book, Milano, 2013.

6

  1. Le citazioni in italiano del libro della Genesi sono da : C. Westermann, Genesi, trad. it. PIEMME, Casale Monferrato, 1989; quelle in latino da: La Bibbia quadriforme: Genesi, a cura di Roberto Reggi, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2015.
  2. C. Westermann, Genesi, op. cit., p. 28.
  3. La Bibbia quadriforme: Genesi, op. cit., pp.: 16-18.
  4. Galleni, Ludovico, Da Darwin a Teilhard de Chardin, interventi sull’evoluzione, (1983-1995), SEU, Pisa, 1996 pp.: 75-81.
  5. Mayr, Ernst, L’Evoluzione delle specie animali,trad. it. Einaudi, Torino, 1970, p.: 20.
  6. Teilhard de Chardin, Pierre, Le singolarità della specie umana,trad. it. acura di L. Galleni, Jaca Book, Milano, 2013.
  7. C. Westermann, Genesi, op. cit,. pp.: 19-20.
  8. La Bibbia quadriforme: Genesi, op. cit., p.: 12.

Año 5 | n.° 6

Enero-Julio

2016

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